sabato 31 marzo 2018

Ready Player One

La magnificenza dello schermo della Sala Energia di Arcadia 





Uscito il 28 marzo Ready Player One, è uno dei film più attesi di questo inizio anno, vuoi perché un regista come Steven Spielberg calamita sempre l'attenzione, vuoi perché stiamo parlando di un lavoro tratto da un bestseller: il libro ononimo di Ernest Cline.

Per poter parlare di questo film, sono andato a vederlo in una spettacolare versione in 70MM al Cinema "Arcadia" di Melzo, nella meravigliosa sala Energia. È stata un'esperienza quasi mistica per un amante del cinema, non a caso ha vinto un premio come "Miglior Sala d'Europa" nel 2017 agli ICTA Awards. Da notare che questo film è stato girato su pellicola, una scelta ormai non comune e figlia del tipo di fotografia che si è voluto catturare. Tra le poche copie al mondo in 70MM, quella posseduta da Arcadia è la numero 2!

La storia è ambientata in un 2045 devastato dalla povertà e dall'alienazione personale, dove le persone passano la maggior tempo in un mondo virtuale, OASIS. I più ricchi si distinguono da una dotazione più avanzata, quindi oltre al caschetto col visore, indossano tute elaboratissime per ricreare sensazioni quali il tatto o la pressione di una mano sul proprio corpo, il calore, il freddo.
La virtualità quindi ha preso il posto della realtà, il mondo fuori è troppo arido, mentre il virtuale dona bellezza e immedesimazione, una dimensione dove l'uomo può essere letteralmente qualsiasi cosa voglia.

In questa cornice troviamo il protagonista dal nome richiamante un personaggio dei fumetti supereroistici: Wade Watts, su OASIS conosciuto invece col nickname di Parzival.
Il creatore di tanta virtualità, James Halliday è morto da anni, non prima di mettere in palio il controllo del suo mondo e della sua eredità milionaria. Come si arriva a tanto ambito premio?
Vincendo le sfide di Anorak su OASIS, infatti in questo universo sono disseminati indizi per trovare tre chiavi, queste apriranno i relativi segreti che consentiranno l'accesso all'Easter Egg finale per poter controllare questa dimensione.
Wade, passa la maggior parte del suo tempo studiando gli anni della giovinezza di Halliday, gli anni 80, immedesimandosi nella sua vita, vedendo i film che amava, giocando agli stessi arcade, leggendo i suoi libri preferiti, in una ricerca ossessiva che tutto gli porta e apparentemente niente gli dà, se non compagnia in momenti cupi, visto che è orfano e vive con una zia non propriamente accogliente in uno squallido cubicolo. I momenti di serenità li trova solo su OASIS, nascosto in un furgone col suo caschetto virtuale ficcato in testa.
Un giorno, nel tentativo di vincere una delle sfide di Anorak, il ragazzo incontra Art3mis, famosa giocatrice e affascinante creatura dai tratti felini.
Peccato che a bramare il tesoro di Halliday ci sia anche una multinazionale (IOI) dai fini poco nobili. Qui abbiamo l'inizio delle avventure di Wade, in quella che sarà una vera e propria odissea dai tratti pop e squisitamente anni 80, con continui rimandi e citazioni ad altre opere.




Partiamo dal presupposto che trasporre un libro del genere in film, è davvero MOLTO difficile anche per un autore come Spielberg. Nel racconto sono talmente tanti i riferimenti, i momenti in cui Wade semplicemente gioca a un vecchio arcade o vive attimi di alienazione, che rendere tutto sarebbe stato impossibile. L'operazione svolta è intelligente, viene portato il grosso della trama, condensato e adattato a un media diverso: il cinema.
Complice anche la sceneggiatura dello stesso Ernest Cline, coadiuvato da Zak Penn, direi che l'operazione è riuscita, seppur con qualche riserva.

Visivamente siamo di fronte allo stato dell'arte, nonostante la narrazione si svolga per la maggior parte del tempo nel digitale, tale cosa non si fa sentire pesantemente ed è totalmente contestualizzata alla storia. Tecnicamente niente da segnalare, trovo i character molto ben riusciti, dettagliati e credibili e in generale la regia regala momenti davvero esaltanti e coinvolgenti, soprattutto nelle parti più dinamiche, dove raggiunge punti di spettacolarità altissima. Il problema maggiore, per assurdo, forse lo si ha nel mondo reale, dove il tutto mi ha convinto un po' meno.



L'attore che interpreta Wade, Tye Sheridan, ha sicuramente offerto una buona interpretazione, ma non credo sia propriamente semplice trasmettere emozioni quando si ha la maggior parte del tempo un visore sugli occhi. Devo dire che avrei gradito uno sviluppo maggiore del personaggio, ma forse questa mia osservazione è inficiata dal fatto di aver letto prima il libro. Nel racconto il senso di alienazione del protagonista si avverte molto di più, nel film tutto avviene più in fretta, tanto che a volte ho avuto la sensazione che qualcosa di troppo sia rimasto nel pavimento della sala di montaggio.
D'altro canto stiamo parlando di una pellicola di ben 2 ore e 20, contro un libro di 440 pagine, impossibile quindi ricreare tutto nel dettaglio, senza contare che alcune cose funzionano molto bene in un racconto, ma non in un film.





La colonna sonora l'ho trovata molto riuscita e adatta, spiccano nomi come: Van Halen, Tears For Fears, George Michael, Depeche Mode, New Order, Bee Gees e tanti altri. Alan Silvestri, che ne ha curato la parte strumentale, già noto su Ritorno al futuro, ha fatto davvero un ottimo lavoro e i rimandi alla sua pellicola più iconica sono numerosi. D'altro canto Parzival guida una splendida Delorean!

Il film infatti è un enorme tributo agli anni 80 e alla cultura pop in generale, le citazioni si sprecano davvero, passiamo dalla moto di Kaneda in Akira, al Gigante di Ferro, a King Kong, sino a Gundam, Godzilla, a Batman e tanti tanti altri. Per non parlare dell'enorme amore per gli arcade anni 80 da Space Invaders all'Atari 2600. Ho adorato l'omaggio a Kubrick, veramente un tocco di genialità con cui Spielberg ha potuto divertirsi, divertendoci.

A proposito della regia: Steven Spielberg ha fatto come un passo indietro in tutto questo, ha evitato di autocitarsi troppo, di incensarsi, di riempire il film con riferimenti al suo cinema, l'ho trovato molto bello da parte sua, anche se un po' dispiace perché le sue opere fanno parte del nostro immaginario.


In definitiva promuovo questo Ready Player One: un monito a vivere la propria vita senza trincerarsi troppo nella virtualità. Rimane qualche riserva sul dipanarsi della trama e sui rapporti tra i personaggi che a volte ho trovato affrettati negli accadimenti ed in più un buonismo di fondo, però tipico del cinema di Spielberg. Raramente ho avuto la sensazione che i personaggi fossero realmente in pericolo; il cattivo, interpretato da Ben Mendelsohn, lo avrei reso un filo più spietato.

Il film merita comunque una o più visioni, saprà intrattenervi e divertirvi.

Un vero e proprio tripudio nerd che farà la felicità di molti.





Per chi ha già visto il film: QUI, tutti o quasi, gli Easter Eggs e i riferimenti ad altri media presenti nella pellicola.

giovedì 29 marzo 2018

Grazie a Fabrizio Frizzi




La morte di Fabrizio Frizzi ha colpito tutti.
Raramente ho visto un moto di dolore così grande muoversi a tutti i livelli, e ciò mi ha fatto riflettere molto.
Infatti, in una società apparentemente arida come la nostra, dove appare figo essere cinici, cattivi, stronzi, uno come Frizzi è un caso raro, una persona che in altre circostanze alcuni definirebbero come una sorta di "loser", invece no, ci ha dimostrato quanto abbiamo bisogno di sorrisi, normalità, gentilezza, cura e amore.

Basta vedere quanto Frizzi si è prodigato per il prossimo, a quante associazioni benefiche ha aderito, quanto si è donato, mostrando inoltre la sua abnegazione ammirevole per il lavoro.
A chi non è capitato di sentirsi dire: "sei troppo buono", come se fosse un deficit, una mancanza?
Essere buoni è un plus non un malus, dobbiamo imparare a educarci all'importanza della nobiltà d'animo, e non a passare il tempo pensando a come fregare il prossimo indossando le maschere più disparate, perché tanto "lo fanno tutti".

In queste ore, tra le tante interviste sulla dipartita di Fabrizio Frizzi, mi hanno colpito le parole di Milly Carlucci al Corriere della sera, calzano molto con quanto ho scritto sino ad ora:
"In questi mesi ha dimostrato cosa significhi essere un uomo forte: spesso la forza viene fraintesa con l’aggressività. Lui che era l’uomo più mite del mondo ha dimostrato invece cosa significhi esserlo per davvero."
Infatti, spesso fraintendiamo la forza con l'urlare, con l'imporsi sul prossimo, con la maleducazione e l'arroganza, ma è tutt'altro che così, anzi, è spesso dimostrazione di debolezza e pochezza interiore.

Ci tengo quindi a ringraziare Fabrizio per l'insegnamento che ci ha lasciato, per l'amore che ha seminato, per i dolci ricordi di quando presentava in tv Doreamon e più avanti Scommettiamo Che...?; per aver reso così umano un giocattolo: Woody di Toy Story, e a proposito, ti voglio vedere ora a trovare chi lo sostituirà per il quarto imminente capitolo.
Un uomo che non ha mai perso la speranza di un domani migliore, un uomo profondamente ottimista, con una grandissima dignità, che è stato fortunato quanto sfortunato nella sua fine prematura, ma che a mio avviso meritava più considerazione in vita, soprattutto da quella Rai che ora tanto lo sta lodando.

La  mia vicinanza a sua moglie Carlotta Mantovan, alla figlia Stella e a tutte le persone che stanno patendo per questa perdita.

Ciao Fabrizio, sei e rimarrai sempre il nostro sceriffo preferito!




lunedì 12 marzo 2018

Cartoomics 2018: Il resoconto!



Sono anni che vado a Cartoomics, siamo arrivati infatti alla 25esima edizione, ne ho seguito tutte le mutazioni, ma questa è la mia prima volta come "ospite", dopo tanto tempo che scrivo è un bel riconoscimento per DarkArynLand!

Questa è stata una fiera che ho vissuto in modo più intensivo e attento degli altri anni, eccovi quindi il mio personale resconto di questi giorni.

Ho trovato come sempre l'esposizione molto curata, ogni anno la fiera si presenta più affollata ma questo non inficia certo la sua qualità. I padiglioni che più mi hanno colpito sono tanti, ma voglio menzionare in particolare:
lo stand su Ritorno al futuro, curato dall'associazione Back to the future Museum con tanto di Delorean e molti gadget presi direttamente dal set della trilogia. La sezione su Star wars, a dire il vero già vista anche negli anni passati, ma questa volta ho visto più cosplayer e idee inedite come la escape room dedicata.

Mi ha fatto molto piacere la presenza di uno stand dedicato a Ready Player One, film che, dopo averne letto il libro, aspetto con ansia. Uscirà a fine mese quindi aspettatevi le mie impressioni a riguardo. Non un semplice stand, ma ricreazioni di parte di set con tanto di postazioni di realtà virtuale. Purtropppo non sono riuscito a provarla.



Adoro come sempre le creazioni di Fabio Bonanomi, quest'anno, oltre a varie sue opere come la testa di Mazinga Z, Jeeg, e il Daitarn gigante, ha presentato pure un'inedita moto di Hiroshi Shiba, che i visitatori hanno apprezzato molto, sin troppo in alcuni casi, non ricordandosi che certe creazioni sono "artigianali" e meritano delicatezza.




Tra i tanti eventi che hanno affollato Cartoomics voglio parlarvi in particolare di una bellissima tavola rotonda promozionata dalla campagna Io Faccio Film, iniziativa nata per far conoscere i volti di chi lavora quotidianamente dietro e davanti la macchina da presa.
Presenti ospiti illustri tra cui: il curatore di effetti speciali Leonardo Cruciano, l'arredatrice di scena Alessandra Querzola, l'attrice Serena Iansiti, l'attrice Gloria Radulescu, il segretario generale della FAPAV Federico Bagnoli Rossi, l'elettricista di scena Michele Scotto D'abbusco, il giornalista Mario Benedetto, il tutto moderato ottimamente dal giornalista Marco Spagnoli.
Trovo importante far conoscere il mondo del cinema, con tutto ciò che gli gravita intorno.
In un momento di crisi sociale come quello che stiamo vivendo, il nostro paese ha bisogno di ripartire prima di tutto da quello che ha: dalle nostre maestranze, dalla nostra arte, questa è un'iniziativa lodevole, e l'ho apprezzata davvero.
Certo, come osservato anche durante la conferenza, ci vuole sempre un pizzico di fortuna per arrivare a realizzare i propri sogni, ma tante volte le opportunità si celano dietro le situazioni più impensate, non bisogna mai perdersi d'animo ed è importante tenere le proprie antenne attive.
Come ha osservato giustamente Gloria Radulescu, camminare, leggere, osservare, è fondamentale, quanto studiare e applicarsi nel proprio lavoro.
Trovo che questo discorso sia importante a livello globale, tutti possiamo fare la differenza, solo che spesso ci sentiamo annientati da una società sorda e cinica, ma non dobbiamo fermarci, cerchiamo un riscatto, lottiamo per i nostri ideali prendendoci anche dei rischi, così potremo costruire una società migliore, per noi e il prossimo.


Un momento della conferenza di Io Faccio Film

L'emozione più grande per me è stata poter stringere la mano di Bruno Bozzetto, presente per ritirare il Cartoomics artist award. Artista che già su Facebook mi ha dato prova della sua estrema umiltà, infatti  anni fa mi ha dato dei consigli per la grafica della mia pagina su Jeeg Robot.
Sono onorato e felice di avere uno scatto con lui, e mi raccomando, guai a chiamarlo Maestro, non si fida della gente che lo chiama così. Lo adoro, poco da fare.

Ho avuto anche la possibilità di parlare con Sergio Stivaletti, celebre autore di effetti speciali, abbiamo discusso della sua collaborazione con Carlo Rambaldi per un enorme grifone che doveva essere usato in teatro, creazione di cui pare si siano perse le tracce, rimangono foto, tra cui questa che ha gentilmente condiviso su FB:


Il Grifone di Sergio Stivaletti


Ci tengo poi a citare il bravo Christian Colombo di Crazy Prop, vincitore con il suo Megaloman del Premio Speciale Cosplay HUB. Ho avuto il piacere di parlare con lui della sua tecnica per la realizzazione delle armature, le crea metà artigianalmente e metà digitalmente con la stampante 3D, così da averne un risultato perfettamente speculare.

Voglio fare un plauso ai cosplayer, di cui sento parlare poco ma sono l'anima di queste fiere del fumetto, e anche quest'anno non hanno deluso, ne ho visti di veramente belli e stimo tutte le persone che ci mettono inpegno e passione per ricreare il loro personaggio preferito, o perché no, per strappare una risata al prossimo. 

Questa è stata per me un Cartoomics speciale, dove mi sono esaltato, stancato, a volte arrabbiato, avrei voluto avere il dono dell'obiquità per vedere ogni cosa, ogni singolo stand, ogni evento, purtroppo non è stato possibile, e mi scuso perché ho sicuramente dimenticato eventi e artisti importanti che hanno partecipato a questa bella fiera, questo però non vuole essere un resoconto in toto, ma un reportage sulla mia esperienza.

Ringrazio l'organizzazione per aver creato un evento così bello, che di anno in anno cresce diventando sempre di più il punto di riferimento per gli amanti lombardi (e non solo) del fumetto.

Al prossimo anno!

Pass
Moto di Hiroshi Shiba

Tanta roba
Ciao, comprati Arrappaho
La dolcezza

Io e Uan: separati alla nascita.

Felice con Bruno Bozzetto


Ready Player One Experience


Trova gli intrusi

Uno Zerocalcare a caso






domenica 4 marzo 2018

La forma dell'acqua - The shape of water





Finalmente sono riuscito a vedere La forma dell'acqua, film di uno dei registi che apprezzo di più: Guillermo Del Toro. Già premiato a Venezia con un Leone d'oro, questo lavoro sta facendo incetta di premi, ed è candidato a ben 13 premi Oscar, quindi le mie aspettative davanti a questa pellicola sono state, per forza di cose, alte. Eppure, dopo il fracassone Pacific Rim, e il seppur buono Crimson Peak, ho serbato in me il timore che il regista avesse in qualche modo perso il suo tocco.

La storia, ambientata nei primi anni '60, parla di Elisa, interpretata da Sally Hawkins, una muta di mezza età costretta in una vita tutt'altro che appagante, molta solitudine e un lavoro come addetta delle pulizie in un laboratorio dove vengono condotti esperimenti per contrastare la Russia durante la Guerra Fredda. I suoi unici amici sono la sua collega Zelda, Octavia Spencer, e un pittore vicino di casa, GilesRichard Dale Jenkins.
Un bel giorno, nel laboratorio arriva in un container una creatura marina mai vista, una sorta di Gill-man, proveniente dall'Amazzonia. Elisa si sentirà subito incuriosita da questo essere speciale, provando empatia per il suo isolamento e per la sua difficoltà di comunicazione. Due anime affini che si trovano, si incontrano in un ambiente ostile. Abbiamo inoltre il cattivo di turno, rappresentato dal violento colonello Strickland, Michael Shannon, uomo senza morale pronto a sfogare le sue perversioni sui più deboli, trova così occasioni di sadismo verso questo particolare essere anfibio affidato proprio alle sue "cure". Il governo americano ha infatti intenzione di uccidere la creatura per vivisezionarla e studiarla nel dettaglio, ma Elisa farà di tutto per impedirlo. Ci riuscirà?

La trama non è certo particolarmente originale, ci sono vari momenti dove la sospensione dell'incredulità, viene un po' a meno. Alcuni passaggi trovo che avvengano un po' in fretta, semplicisticamente, però qui abbiamo il Del Toro migliore dai tempi del meraviglioso Il Labirinto del Fauno, di cui La Forma dell'acqua può essere considerato tranquillamente una sorta di derivazione. L'interpretazione di Sally Hawkins è meravigliosa, riesce con pochissimi gesti a comunicare tutto il suo dolore, tutto il suo disagio, e l'amore per la creatura, non a caso questo film le è valso una nomination agli Oscar, e scusate se è poco. Ho adorato anche la sua collega afroamericana, Octavia Spencer, davvero brava, ma sono stato particolarmente colpito dall'interpretazione di Richard Jenkins, davvero bravissimo, e perfettamente in sintonia con la Hawkins. Devo dire che pure il cattivo se l'è cavata egregiamente, anche se lo trovo un personaggio più stereotipato, forse nel gruppo il meno riuscito, ma proprio a livello di caratterizzazione.
La storia però, ribalta un po' il cliché degli americani belli e buoni, infatti abbiamo un buono vestito da spia Russa, interpretata dall'ottimo Michael Stuhlbarg.

La fotografia è stupenda, così come la regia sempre ottima di Del Toro. L'amore del regista per le creature fantastiche si è visto per tutta la sua carriera, basta pensare a Hell Boy, e adoro il fatto che usi al minimo la CG. Qui infatti la creatura è praticamente tutta frutto di make up, e a vestirne i panni abbiamo il bravissimo Doug Jones, già visto in molti altri lavori di Del Toro.

Amo i rifimenti a film come Il mostro della Laguna nera, a una certa atmosfera, al balletto, al bianco e nero. C'è un gusto così raffinato in tutto questo, così particolare che non può che colpire lo spettatore. Certo può non piacere a tutti, ad alcuni risulterà ridondante, favolistico, altri, come me, lo adoreranno.
The Shape of the water è una toccante pellicola sulla diversità, sull'amore, sulla solitudine. Una piccola perla che va sicuramente vista almeno una volta. Un film a suo modo coraggioso, un cinema di altri tempi, che ti lascia belle cose dentro, e fidatevi, ne abbiamo bisogno.

In una parola: straconsigliato.







Aggiornamento del 05/03/2018:
Poche ore dopo aver scritto questo post, si è svolta la notte degli Oscar.
Arrivato a Hollywood con 13 nomination, il film di Guillermo del Toro si è portato a casa quattro statuette: Miglior film, miglior regia, miglior scenografia e miglior colonna sonora originale. Il regista messicano commosso cita Spielberg e Douglas Sirk e dedica il premio ai giovani cineasti «perché credano che con il fantasy si può raccontare la realtà»

martedì 6 febbraio 2018

The Cloverfield Paradox




Ieri, come un fulmine a ciel sereno, è arrivato l'atteso terzo capitolo di Cloverfiled su Netflix. Annunciato e due ore dopo messo sulla nota piattaforma, saltando direttamente l'uscita in sala, incredibile vero?
Ho aspettato questo film dieci anni, perché l'ottimo 10 Cloverfield Lane non mi ha dato i chiarimenti voluti. Quindi appena ho saputo di un terzo episodio mi sono esaltato come un muflone. Mi sono quindi sparato subito The Cloverfield Paradox, sperando di trovare finalmente pace, di rivedere il mio adorato mostrone e di trovare appagati tutti i miei dubbi sulla saga. Ossignore che sofferenze nerd che si annidano in me. E ma J.J. Abrams, noto regista, qui in veci di produttore, si sa che è uno che le cose te le fa sudare (vedi Lost).

Abbiamo un equipaggio inviato nello spazio per sopperire alla crisi energetica mondiale, questo mentre sulla terra ci si ammazza per un po' di petrolio. Così i nostri eroi mettono in moto un acceleratore di particelle che, non si sa bene come, dovrebbe aiutare il pianeta terra a risollevarsi dalla sua crisi creando una nuova fonte di energia, questo mentre in tv qualcuno dice di non attivarlo perché il tutto potrebbe provocare il risveglio dei demoni. ODDIO, che paura. Secondo voi cosa succede? Ve lo dico io: Sparisce la terra!
Certo non tutto è come sembra, e qui mi fermo per non rovinarvi il gusto della sorpresa.

A malincuore devo scrivere che il film non mi ha convinto. Diciamo che nutrivo grandi aspettative e sono state quasi tutte ampiamente deluse. Ho passato il tempo del film a dirmi: "Dai, ora non succede un'altra cosa telefonatissima. Dai quel personaggio non può essere così idiota, si risolleverà dopo, così come tutto il resto. Dai ma il mostro poi mi farà godere".

No, niente di tutto questo. Forse è colpa delle mie aspettative che sono state disilluse però veramente molte cose le ho trovate assurde. La fiera della banalità, del nonsense. Personaggi piuttosto bidimensionali con la personalità di uno zerbino, situazioni al limite del ridicolo, il tutto condito con la fiera del già visto.
Cosa posso salvare di questa pellicola? A parte l'ottima fotografia e gli effetti carini, direi la protagonista di colore, tal Gugu Mbatha-Raw, che nome a parte è una discreta gnugna da competizione. Ci sono anche alcuni momenti thriller carini, l'idea dei mondi alternativi mi piace, ma per il resto, non ci siamo proprio. E lo scrivo davvero a malincuore.

I personaggi compiono spesso azioni stupide, di pancia, come se non riflettessero sul loro operato, cosa che non ti aspetti di certo da un gruppo di persone con simili responsabilità. La trama si regge a malapena in piedi. L'unica cosa che mi è veramente piaciuta è il finale che si collega direttamente con il primo film, quindi Paradox può essere considerato una sorta di prequel.
Mi dispiace, mi tocca stroncare uno dei film che più ho atteso. Forse la mia sospensione dell'incredulità è diventata troppo alta, ma davvero non capisco come alcuni portali abbiano premiato questa pellicola.
Cioè ragazzi, non è che un'opera diventa interessante solo perché ce la mostrano in streaming invece che al cinema. Perché diciamolo, questo al botteghino penso che avrebbe tirato su veramente pochi soldi.

Cari amici di Netflix, se dovete affossarmi così il franchise di Cloverfield finiamola qui, grazie.



Col cuore dolente. Il vostro DarkMorenoAryn.





martedì 30 gennaio 2018

Benedetta Follia


"Voglio vivere, non esistere!"



Benedetta Follia, ultimo film di Carlo Verdone, nelle sale dall'11 gennaio.

Storia di riscatto e di ritrovata voglia di vivere di un 60enne romano, Guglielmo (Carlo Verdone), morigerato proprietario di un negozio di articoli religiosi, alle prese con un divorzio, un'aspirante commessa borgatara che gli cambierà la vita, Luna (Ilenia Pastorelli). La ragazza introdurrà il protagonista a un'app di incontri "Loveit" per cercare di distrarlo dalle sue pene d'amore, certo internet non è sempre un buon modo per trovare l'anima gemella, e il nostro se ne accorgerà presto incontrando donne sempre più assurde dando vita così a innumerevoli gag. 

Film diretto da Carlo Verdone e scritto insieme a Nicola Guaglianone e Menotti, già visti entrambi nella stesura dell'acclamato Lo chiamavano Jeeg Robot; film che deve essere piaciuto molto a Verdone, visto che qui ritroviamo anche la brava Ilenia Pastorelli già vista nell'opera prima di Mainetti
A differenza dell'interpretazione in Jeeg, qui ovviamente abbiamo un registro molto più comico da parte della Pastorelli, ma devo dire che le poche parti drammatiche che fa le vengono sempre particolarmente bene. Verso il finale della pellicola ci mostra anche la sua scioltezza nel ballo, (ha studiato danza classica) che dire quindi, ottima promessa questa attrice che si giudica "miracolata", spero che oltre a sentirsi in colpa per aver vinto un David di Donatello, possa dimostrarci di saper recitare in un film anche senza il suo accento spiccatamente romano, magari attenuandolo un po', cosa questa che pare accadrà presto visto che il suo prossimo ruolo sarà in una pellicola francese del regista Olivier MarchalNiente male per una ex concorrente del Grande Fratello.

Verdone, cerca intelligentemente di mettersi al servizio degli altri attori, è più dimesso rispetto che in passato, ma non meno efficace. Si possono notare rimandi ad altre sue opere, già quando vediamo Guglielmo in un flashback ricorda tantissimo l'Oscar Pettinari di Troppo Forte, con tanto di moto, occhiali da sole e bandana. Memorabile una delle scene più riuscite del film, dove il protagonista si osserva allo specchio rivedendo il se stesso giovane che gli domanda: "Come ti sei ridotto?" Quasi a citare Fabris di Compagni di Scuola. Punto focale della storia che segna così la rinascita del personaggio interpretato da Verdone.

Memorabile una parte dove il nostro, in preda ai fiumi di una droga assunta inconsapevolmente, si ritrova in balia di visioni oniriche a ballare con delle suore, il tutto coreografato dal sempre bravo Luca Tommasini
Abbiamo quindi un Verdone che cerca di reinventarsi, nonostante alcuni cliché duri a morire nella sua cinematografia. L'amore smisurato per Roma, qui al massimo del suo splendore, cerca infatti di nascondere le "rughe" alla sua città con belle riprese dall'alto, mostrando vie intonse e pulite, un atto d'amore dovuto alla capitale che tanto ha dato al regista e che, in questo periodo storico in particolare, non brilla certo per la sua pulizia.

Il film nella sua totalità mi è piaciuto, ma trovo ci sia qualche problema di ritmo, la prima parte forse sin troppo densa di gag, una seconda molto più riflessiva, avrei giocato un poco di più di alternanza, cercando di rendere meno omogeneo il tutto. 
La pellicola risulta comunque sia gradevole, divertente, anche se mi ha lasciato un po' di amaro in bocca verso il finale, come se fosse un vorrei ma non posso, come se mi fosse mancato qualcosa.

In conclusione direi che Carlo Verdone ha saputo confezionare un ottimo prodotto, autocitandosi, tirando fuori tutto ciò che più ama, rendendo così protagonisti ancora una volta le donne, Roma, e la sua moto.




lunedì 15 gennaio 2018

Ti ho sognata... e ne è valsa la pena


"Quando l'amore supera il confine temporale ricongiungendo due anime erranti"


Oggi voglio parlarvi del libro scritto da Clelia Tenco, nome d'arte di Chiara Gonnelli, una persona che stimo molto, con grande entusiasmo e voglia di raccontare, di raccontarsi. Il libro è interessante e onirico, un racconto che non vi lascerà indifferenti e che scorre molto velocemente.
Una trama a due voci, sul filo del sogno, tra vita e morte di Clelia e Corinne. Amore materno e adozioni ne sono il centro.

Visto che ho la fortuna di conoscere Clelia Tenco personalmente, ho pensato bene di farle alcune domande Spero gradirete questa intervista dove l'autrice si è aperta spontaneamente in un flusso di parole mai banali.

Quando hai capito di voler scrivere?
In realtà l'ho sempre fatto, mi è sempre venuto naturale, quasi conoscessi già questa vita e questo mondo. Ricordo che all'asilo già scrivevo, inventavo storie, rielaboravo i topolini che leggevo e obbligavo mio cugino e la mia amica di allora, a recite improponibili su copioni da me scritti. Come fossi una piccola sceneggiatrice.

Ti sei mai data una risposta del perché scrivessi? Quale era la tua esigenza?
Forse era la naturale conseguenza di chi ha un carattere particolarmente chiuso e fatica nell'esprimere le proprie emozioni. L'esigenza era dimostrare a me di esserci, nel mondo.

Dopo i copioni di topolino, come hai continuato a scrivere?
Ho iniziato alle elementari, scrivendo poesie, ma per pudore, non le facevo mai leggere a nessuno, quasi non esistesse quel mondo. E Ricordo un fatto che mi fece chiudere ancora di più e ritardare nel far venire fuori, quello che scrivevo.

Puoi dirmi quale?
Quando avevo 8 anni, la maestra aveva dato come compito delle vacanze natalizie lo scrivere una storia. Il mio campo, finalmente potevo dimostrare chi ero. La mia fantasia ha sempre viaggiato molto e scelsi di rielaborare il cartone animato di topolino, che si ispirava a "Canto di Natale"
Avevo anche acquistato un quaderno particolare solo per questo racconto che in realtà, sarebbe stato lungo solo 10 pagine. La maestra lo prese, e leggendo le prime righe disse:
"Chi te lo ha scritto?" 
Non mi beccai una nota, ma un voto che non valeva niente, perché era stato scritto a matita, quindi mai trascritto nel registro.

Immagino però che non ti sia fermata qui. Raccontaci cosa hai scritto fino ad oggi
Ho certamente continuato a scrivere e descrivere, il mondo.
Dal 2002, ho messo ordine tra le mie poesie, pubblicandole sulla piattaforma online poetichouse, per poi cancellarle in un momento di follia e rimetterle online quest'anno. Ho alternato momenti di racconto a momenti di poesia. 
Ho avuto anche un blocco, quasi un rigetto per la penna, nel mio caso per il computer, dal 2011 al 2014.

Come ne sei uscita? So che sembra una domanda banale e di psicologia spicciola, ma credo possa essere di aiuto a molti scrittori.
I blocchi li smuove la consapevolezza e ad essa si arriva quando la strada biforca, quando ci si trova davanti ad un bivio. Nel mio bivio mi ero resa conto che stavo facendo svanire la mia vita. Lì, è maturata la poesia "Rintocchi". 

Da lì sei ripartita subito?
In realtà ancora non mi sentivo in grado di aprirmi al mondo. Ricordo che la scrissi come nota del mio profilo Facebook. Solo successivamente presi coraggio, creandomi una pagina Facebook in cui mi indicavo come scrittrice, mediocre o meno saranno gli altri a dirlo, e ad aprile 2015 feci la scelta più coraggiosa: pubblicai il mio primo libro. 

Come è nato questo libro?
È un libro che è un parto, un punto di partenza, volendo anche una meta per i due personaggi protagonisti. Con questo scritto ho capito che, io la penna non l'avrei mai lasciata. In questo clima di rinascita, è nato appunto "Ti ho sognata...e ne è valsa la pena (memorie di un sogno ricordo non vissuto)".

Il libro ha un linguaggio intricato, ma si capisce che narra dell'amore materno. Perché hai scelto questo tema? 
Mi ha sempre affascinato, il tema delle nascite, collegato alla morte e all'adozione. Come se fosse un atto di amore più carico e denso di significato, rispetto ai più tradizionali tentativi di avere un figlio. Nonostante non abbia mai considerato i genitori naturali come di serie B, ovviamente. 

E allora perchè?
Credo che adottare sia un po' come quando si sceglie di donare amore e questo tipo di scelte sono maggiormente ponderate, fatte di testa e con il massimo dell'impegno del cuore. Si tratta, della forma di amore agape, quella cui dovrebbe mirare ogni persona. 

Ne parli in un modo molto consapevole, te ne sei mai resa conto?
Ne parlo come se avessi in un certo qual modo vissuto un'esperienza simile da genitore, ma in realtà non è così, anche perché non ho mai avuto figli e la cosa mi spaventa molto, da buona ipocondriaca quale sono. Un mio eventuale figlio naturale, nascerebbe stressato.

Analizziamo ora i personaggi del tuo libro. Puoi dirmi chi è Clelia?
Clelia è una giovane adulta che lo è diventata, per certi versi, un po' in ritardo rispetto alle sue coetanee. È cresciuta in un mondo ovattato, in cui però ha assistito a tante brutture. Queste brutture le danno un vantaggio rispetto ai coetanei, perché quello che le mancava erano solo tutte le esperienze connesse con l'età adulta, di amore, lavoro, studio. Diciamo che quindi acquisisce una consapevolezza e rinasce, buttandosi in quell'ignoto chiamato mondo, partendo da una base di apparente ritardo.

Quanta parte di Clelia c'è in Chiara?
Diciamo che ho esplorato la mente del personaggio che volevo costruire, come se fossi stata Clelia. Anche io ho vissuto in un ambiente ovattato e un ritardo rispetto al mondo ce l'ho avuto, quando per una malattia sono stata chiusa in casa cinque anni della mia vita e mi vedevo in ritardo rispetto a tutti.

Una malattia segna tanto da giovani e non chiederò quale fosse, voglio chiederti invece come hai deciso di affrontarla
Anche io come Clelia mi sono ributtata nel mondo, per avere la mia possibilità di emergere. Fare è il modo di affrontare qualsiasi cosa. In questo percorso Clelia ha fatto bene a Chiara, perché si sono conosciute, durante la stesura delle emozioni di chi è segregato. Chi per una castrazione, chiamata gabbia dorata, chi per una reclusione forzata, dovuta a malattia. Questa collisione è emersa in modo preponderante, quando scelsi di avere un profilo Facebook con il nome Clelia Tenco.
Quando ho capito che mi potevo staccare da questo personaggio, sono ritornata consapevole alla Chiara, non più in ritardo sul mondo. Ho recuperato molto.

Questo "recupero", come si è concretizzato?

Immergendomi in quello che so fare meglio, vivere la vita senza pensare con ossessione al futuro. Nel 2015, ho ripreso a lavorare, nonostante qualche problema iniziale fisico. Ho conosciuto un'amica meravigliosa, Silvia. Mi sono aperta e ho recuperato un rapporto con me stessa. Poi per concludere in bellezza un periodo particolare, in un giorno decisi che avrei iniziato l'università, scegliendo di levarmi la certezza della mia casa.
Era luglio, stavo guardando un po' di università fuori dalla Toscana, mi è caduto l'occhio su Milano dato che il bando di preimmatricolazione scadeva il 15 dello stesso mese.

Hai puntato tutto su Milano?
Ho smesso di cercare, perché ho sentito che sarebbe stato Milano. E nei giorni successivi l'ho detto a mia madre che tentava invano di farmi riflettere. Ricordo che mi disse: ”Hai trovato lavoro ora, ti stai pian piano rimettendo in salute ma non sei ancora al massimo. Spesso hai bisogno di me per le cose quotidiane e te ne esci con un trasferimento in Lombardia?". 

Eppure hai insistito
Se fossi stata ancora la Chiara di 9 mesi prima, non avrei osato tanto, mi sentivo semplicemente pronta, calma e per niente paurosa.
Dopo due anni a Milano penso di aver vinto io.

In merito all'università hai avuto una grande ricompensa, visto che hai vinto la borsa di studio "Exploit your Talent"?
Borsa di studio che non credevo minimamente di vincere! Vengo da un mondo del lavoro in cui a 30 anni già si è vecchi e pensavo che anche solo per un fattore di età sarei stata scartata senza nemmeno essere letta. Partivo veramente come un provarci. Ricordo che, una possibile mia vittoria, vista la quantità di oltre 300 persone partecipanti, era pura illusione. Scelsi comunque di mettermi in gioco, consapevole stavolta che un eventuale giudizio, non mi spaventasse affatto. 

Come hai appreso della vittoria?
L'esito sarebbe arrivato via mail, sia in caso di positivo che negativo. Avevo appena finito il mio primo esame ed ero davanti ad una mail che recava nell'oggetto solo la dicitura "esito". Ho preso coraggio, letta due volte, tirando per la prima volta un urlo di gioia vera. Ho fatto anche sobbalzare la mia ex coinquilina e cara amica, Tatiana,  che stava in cucina. Piccola, grande vittoria per una che pur avendo partecipato ad altri concorsi, come quelli di poesie, non aveva mai vinto.



Chiara G.


Descriviti con una frase
Sono una tranquilla figlia unica, anzi la tranquillità e la pacatezza sono apparenza, che ha deciso di penetrare la vita da combattente. Niente di regalato, tutto di guadagnato. Quante sono belle le soddisfazioni che mi sto dando, perché ho scelto me. Mi amo.

Tornando al libro, non è la prima volta che questo tema viene affrontato nella letteratura. Hai preso spunto da altri scrittori?
Non ho mai preso spunto da altre scrittrici o scritti noti o almeno non consapevolmente. Alcuni mi hanno chiesto se avessi preso spunto dal famoso libro di Oriana Fallaci in merito alla tematica nascita e doloroso distacco, "Lettera a un bambino mai nato". Nonostante l'abbia maneggiato più volte, quando spolveravo la libreria di casa dei miei genitori, non l'ho mai letto. Penso di volerlo leggere a breve.

Quanta parte di Corinne è in te?
Farò una confessione, Corinne esiste, ho preso spunto da una persona reale che ho conosciuto, e se parlassi come Clelia, direi di averlo fatto tramite un sogno. In parte è successo così, ho sognato il dolore di una madre che perde un figlio, vivo e straziante e ho cercato con delicatezza e anche per questo Corinne ha un ruolo quasi marginale per certi versi, di dare sfogo a qualsiasi madre che perde un figlio. 

Ma un figlio non lo perde anche un padre? Non pensi sia discriminatorio, escluderlo?
Non ho dato voce ai padri. Forse ho sbagliato, ma ho identificato un filo che legava queste due figure. Corinne quindi, sono tutte le madri che portando in grembo un frutto d'amore e soffrono visceralmente, più di qualsiasi essere umano, nel perderlo. Superare un lutto simile credo sia la prova d'amore più grande che un genitore possa dare ad un figlio mai nato, ma che forse vive in un cielo.

Perché Clelia e Corinne non si incontrano? 
Per certi versi si conoscono, si sono toccate e annusate, forse anche sfiorate, magari si sono anche scritte e parlate, ma stanno in un religioso distacco, quasi a non voler invadere la sfera intima altrui. Se a farlo è un figlio è quasi un miracolo, sono quei tipi di sacrifici che si comprende solo quando si è madre.

Ho saputo che ci sarà il seguito del libro. Di cosa parlerà?
Rielaborerà questo primo scritto, in chiave di conoscenza. Verranno esplorate le due personalità e stavolta ho scelto una forma diversa, a tre voci fisse ed io sarò in distacco, una di queste; "L'IoNarranteViaggiante". Per farlo apparire accattivante, ho scelto una formula che amo leggere, quasi un thriller, ma niente di poliziesco, nessun cadavere da trovare o omicidio da risolvere. Però si gioca sul filo dei nervi scoperti, i non detti, le verità che bussano all'animo. Ho scelto il ritmo carico, con momenti di quiete, per niente rilassante.

Potresti dare un piccolo indizio sul tuo nuovo romanzo?
Come, giustamente un giornalista Mediaset, Simone Toscano, ha detto, leggendo il primo: "Non è un libro, ma un flusso di coscienza". E diciamo che il prossimo sarà un flusso d'incoscienza.

Perché qualcuno dovrebbe comprare questo tua prima fatica?
Perché i viaggi nella mente sono delle scoperte e esplorando il mondo ci si conosce tutti un po' di più. Questo è un piccolo viaggio che vuol portare chi legge a far scoprire la gioia del dono.


Che dire d'altro? Grazie a Clelia per il suo tempo e in bocca al lupo per tutti i suoi progetti. Avanti così!
Crepi il lupaccio!  

Da "Dedica Sia!"
"A due occhi di madre che non vorrei vedere sempre velati da uno strato di tristezza.
Ai miei genitori che tanto mi hanno voluto, da cercare un modo per superare il dolore.
Vostra figlia, mai nata, ma sopravvissuta,
CL,
un suono sommesso in gola, anche il vostro."


Per comprare il libro: QUI

Per seguire l'autrice su FB: https://www.facebook.com/ChiaraInArteClelia/

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